Il girovago, 1870

Il girovago o La serenata, 1870, olio su tela, cm71X61, firmato “Carcano Filippo” e datato in basso a sinistra, Milano, Collezione Privata

Il girovago è esposto all’Esposizione annuale di Brera nel 1870. Carcano ha trent’anno e risiede in via Vivaio al 4, entro il quartiere delle ortaglie frequentato da tanti artisti scapigliati. Il quadro è un esempio della caratteristica scena di genere carcaniana, che predilige ambientazioni semplici e quotidiane e soggetti umili. Se il soggetto è riconducibile ad analoghe opere di Domenico Induno, l’approccio di Carcano non è aneddotico, ma improntato a una spontanea e diretta osservazione del vero. Il giovane ritratto in primo piano, intento a suonare forse anche una serenata, è difatti sicuramente un girovago, un menestrello, che si procaccia da vivere cantando e inscenando spettacoli con i cani accucciati ai suoi piedi (è visibile appoggiato al muro di destra il cerchio entro cui probabilmente gli animali saltavano). Si tratta di una delle tante vedute che caratterizzarono la produzione dell’artista nel decennio a cavallo degli anni Settanta. In questo caso, tutto è giocato sull’efficace contrasto tra la luminosità della luce solare che investe le case e le figure sulla sinistra del quadro ed il netto, continuo, contrapporsi dell’ombra del muro di cinta. Il preciso effetto prospettico, che si attua nell’allungarsi della via stretta tra muraglie di case, è dunque accentuato dall’esatto utilizzo dei mezzi luminosi. Lo sguardo è così attratto in lontananza, abbracciando in una visione unitaria i numerosi particolari della scena: una carriola abbandonata, una donna sul balcone che sta gettando qualcosa alla bambina giù in strada, e una serie di macchiette, intente chi ad ascoltare chi a discutere, disposte lungo la via, sino al carretto che si perde sotto l’arcata. Sullo sfondo lascia intravedere, con accresciuto effetto prospettico, un nuovo tratto di strada. La visione è nitida, i colori si distendono in pennellate uniformi: accanto all’azzurro deciso del cielo, risalta il rosso richiamo dei fiori alle finestre ed il prospetto chiaro e quasi dorato delle case. È interessante notare come i cani sembrino osservare con diversità d’interesse (stancamente l’animale di destra, con più attenta curiosità l’altro) un punto preciso di fronte a loro, come se qualcosa, il pittore stesso o uno spettatore occasionale, avesse destato la loro attenzione. Ciò provoca, volutamente o meno, un attivo coinvolgimento di chi guarda la scena, rendendo così l’osservatore casuale passante in quella via assolata di una lontana giornata estiva.

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Una lezione di ballo, 1865

Una lezione di ballo o La scuola di ballo, 1865, olio su tela, firmato in basso a sinistra Carcano Filippo, cm133x168, Torino, Galleria d’Arte Moderna

La lezione di ballo di Carcano appartiene a un piccolo gruppo di opere che segna una fase innovativa nel percorso del pittore. In un sontuoso e ampio salone il maestro sta insegnando alcuni passi a un’allieva molto concentrata. Nel vasto spazio il pittore dispone gruppi diversi, che anziché convergere in un unico punto, reclamano ciascuno un’osservazione separata. Intorno ai due danzatori vari personaggi partecipano alla scena, in una straordinaria rassegna di atteggiamenti e di sentimenti: c’è la ragazza sull’estrema sinistra che sembra abbandonata ai suoi pensieri, vi sono un uomo e una donna che conversano, tre giovani fanciulle che osservano la lezione. Poi il violinista e il pianista che fanno il loro dovere, un gruppo di tre che sembra impegnato nell’organizzazione di qualche evento mondano e una bellissima figura femminile, vista di spalle, assisa davanti ad una delle finestre che illuminano la sala, colta mentre sta dialogando con un uomo con i baffi. Tutti i particolari sono avvolti da un’atmosfera dorata e l’ambiente è tranquillo. Carcano sceglie come soggetto un tema di vita contemporanea e la scena è reale: la scuola, per usare le sue stesse parole, era quella del Poletti dove un tal Grillo dava nel pomeriggio lezione alle ballerine della Scala. Ma come mai un pittore come Carcano frequenta una scuola di danza per ballerine in erba? È lo stesso Filippo a risponderci: noi vi andavamo la sera a ballare e anche a tirare di scherma, per far piacere a Felice Cavallotti, il quale, per sdebitarsi col proprietario, gli scrisse, si può dire sotto dettatura, un Manuale di danza, che porta appunto la firma del Poletti. Ma s’infuriava se lo raccontavamo fuori di lì… Carcano dipinge La lezione di ballo perché ritiene che il pubblico possa apprezzare un soggetto direttamente tratto dalla vita reale, nella sua flagrante verità ottica; un tema reale e prosaico adatto al pubblico borghese in ascesa. In questo non solo dimostra coraggio, ma anche di essere un artista á la page, fine interprete del tempo in cui vive.  I potenziali compratori dei quadri esposti a Brera cercano opere in cui sia rappresentata la loro stessa vita, che li legittimi nelle loro attività di svago. Ma questo non può essere digerito da tutti i suoi contemporanei, che davanti alla modernità delle sue tele, reagiscono enfatizzando il sospetto della fotografia in maniera ridicola. La lezione di ballo, appesa nella sala di Brera in occasione dell’Esposizione, provoca subito reazioni di rifiuto. Sulla tela grava il feroce sospetto di alcuni critici che il pittore abbia operato direttamente coi colori su immagini fotografiche riportate sulla tela con metodi meccanici. Le polemiche, anche aspre e violente, sono condotte principalmente dal Mongeri, dalle colonne della “Perseveranza” e, sulla scia di questo, dal Cosmate de “Il Pungolo”. Pure il temuto Hayez si esprime a proposito della tela: Molto bene, ma non vorrei ch’Ella s’avvalesse della fotografia. Carcano – come riferisce – resta di stucco.  Sappiamo che lo stesso Hayez ha usato la fotografia per il Ritratto della contessina Antonietta Negroni Prati Morosini bambina. Il radicale richiamo all’attualità e al vero presente nella Lezione non poteva assolutamente piacere alla critica tradizionalista. Nel clima di una cultura artistica dominata dal progresso scientifico, trova legittimazione tra i pittori impegnati nella resa del vero, l’utilizzazione della fotografia come mezzo per impostare l’immagine e per avvicinarsi alla realtà, grazie alla singolarità di certi tagli e alla possibilità, finora inesplorata, di catturare l’attimo. Nel caso di Carcano il problema appare piuttosto complesso, dal momento che lo spazio raffigurato nei suoi dipinti si rivela di tali dimensioni e ampiezza da non poter essere inquadrato dall’obiettivo. Il pittore non sa come scagionarsi, si trovava impigliato in così fitta rete da non poterne in alcun modo balzar fuori; cerca di difendersi dalle accuse inviando egli stesso lettere ai giornali e prospettando la possibilità di rivolgersi a un tribunale, ma ormai il dubbio si insinua in molte persone. Arriva anche a esibire una dichiarazione, rilasciata da un fotografo su sua richiesta, che certifica l’impossibilità di riprendere con la macchina fotografica tutto lo spazio raffigurato nella tela in questione. Ciò che brucia a Carcano non è quindi l’accusa di essersi servito di fotografie per studiare alcuni tagli o pose dei personaggi, cosa che, di fatto, egli può veramente sperimentare, ma quella di essersi servito di una fotografia come di un disegno o di uno studio preparatorio da trasportare tout court sulla tela. L’abilità tecnica dell’artista si rivela anche nell’utilizzazione delle variazioni tonali dei colori, al fine di dare un’unitaria visione prospettica dello spazio. Secondo il Comanducci infatti La lezione di ballo è già interessante per la ricerca di quell’unità atmosferica che fino allora ai quadri di ambiente e di genere era mancata, confermando la decisa prevalenza assunta ormai dal colore rispetto al disegno. Secondo il critico Virgilio Colombo quando le tele del giovane pittore cominciarono a lasciare una profonda impressione nel pubblico e gli artisti stessi, deposto il pennello ed alzato il capo, si videro d’innanzi una così robusta individualità, subito l’invidia, cavatasi qual gufo di tana, sbattendo intorno le sconcie ali intraprese l’opera sua. Carcano stupefatto e addolorato vide crollare l’edificio che colla pazienza e coll’ingegno in tanti anni aveva innalzato. Fu un sorrisetto, fu un cenno, una parola sussurrata, uno stringersi nelle spalle; … finalmente tutti seppero e fu proclamata la grande verità; che il Carcano non era un artista, ma il fortunato possessore di un processo col quale ciascuno avrebbe potuto dipingere dalla fotografia, usando di certe carte reticolate di colori speciali, di miscugli segreti. In seguito alla polemica, il giovane artista resta isolato nell’ambiente milanese (i cenacoli artistici gli sono avversi e non riesce a guadagnarsi il pane perché nessuno vuole acquistare le sue opere. L’artista si trovò in tal modo ritardata di dieci anni la carriera... Nel momento di sconforto, Carcano ha la fortuna di conoscere una giovane donna d’umili origini, Anna Brusadelli, detta la sciora Annetta, che lo conforta in questi tempi difficili. È ovvio che con una fidanzata così dolce Carcano non si perda d’animo e continui a dipingere, lavora assiduamente, si dibatte contro il destino con tutte le forze. La Lezione di ballo divenne nel 1872 proprietà della famiglia Botta Ghisio, come è emerso dalle ricerche condotte alla Galleria d’Arte Moderna di Torino. Nel suo archivio si conserva una scarna ma interessante documentazione, tra cui un autografo dello stesso Carcano, che nel 1911 chiede alla proprietaria Vittoria Botta se è disposta a vendere il quadro, ottenendone un cortese rifiuto.

Galleria di immagini

La pubblicità della scuola di ballo è incorniciata e appesa alla parete della sala

 

La ragazza in primo piano è persa nei suoi pensieri, mentre due giovani conversano

 

A giudicare dalla meticolosa descrizione degli abiti emerge il ragionevole dubbio che Carcano abbia aiutato il padre nella suo negozio di tessuti

 

ll vetro del bell'orologio Biedermeyer diventa per il pittore un interessante cimento nella resa del riflesso, degno di un'artista fiammingo

 

La sala da ballo è illuminata da tre lampadari di cristallo. Questo è il primo

 

Il secondo lampadario è di bronzo con delle aquile scolpite copricatena di velluto cremisi, in stile ottocentesco neomedioevale

 

Il terzo lampadario, sullo sfondo della sala, è in bronzo con pendagli di cristallo

 

Il violinista e il pianista nell'angolo della sala da ballo

 

Il maestro Poletti è impegnato con un'aspirante ballerina in vestito blu decorato sul corpetto da alamari neri. Il goro vita è segnato da una cintura gialla, mentre spunta dalla sottana una graziosa crinolina ricamata

 

Due dame e un damerino con la tuba sussurrano in fondo alla sala

 

Il segretario della scuola è seduto dietro lo scrittoio, di cui si percepisce l'intaglio ligneo, nella stanza in fondo. Sembra che il suo sguardo si posi sulla presenza del pittore

 

Un giovane con i baffetti in piedi e una donna di spalle seduta dialogano illuminati dalla luce radente della finestra

 

La firma del pittore è apposta sull'impiantito di legno

 

Come riferiva lo stesso Carcano la scuola era di un tale Poletti (Giovanni) e il pittore le frequentava alla sera per ballare e per tirare di scherma. Il Cavallotti aveva scritto per il Poletti un manuale di danza, che in effetti fu pubblicato a Milano nel 1867. Il volumetto è in vendita presso lo "Studio Bibliografico Amor di Libro" di Mila Sermi, Pistoia

Un brindisi, 1872

Un brindisi o L’ultima goccia, 1872, olio su tela, 74x62, firmato in alto a sinistra F. Carcano/1872 e cifrato C.F. in basso a destra, Collezione Privata

Risale sempre al 1872 il quadro Un brindisi, conosciuto successivamente come L’ultima goccia. Carcano lo espone alla Promotrice di Torino di quell’anno e poi nel 1875 all’esposizione annuale di Brera con il titolo In carnevale. Fu descritto dalla critica come una ridente mezza figura di fanciulla bionda in veste di raso giallo, quasi auro, staffilata magnifica di colore e luce, splendido tripudio della tavolozza, bizzarria trattata con disinvoltura mirabile. L’olio, riemerso nel 2004 presso la Quadreria dell’Ottocento e collocato prima a Como nella Collezione dell’onorevole Pietro  Baragiola, era noto dalla riproduzione nel libro Filippo Carcano pittore e da una cartolina postale spedita da Filippo Carcano e dalla fidanzata Annetta alla nipote Angela Carcano nel 1912 con gli auguri di Pasqua. Si tratta ancora di un ritratto femminile, simile a Il passatempo del 1871. La donna ritratta è proprio la fidanzata Annetta, intenta a bere proprio l’ultima goccia, durante un veglione di Carnevale, mentre indossa un abito che ricorda quello di Pierrette. Carcano ha posto attenzione nella riproduzione della serica veste e nel fiocco che regge la capigliatura, arricchito di piccole perle, come anche lo scialle. Ma è nella felicissima resa della manina che regge il calice, leziosamente sollevata come a comunicarci tutta la vezzosità di questa giovane donna ottocentesca, che Carcano offre a noi un’immagine inconsueta e privata, ma nello stesso tempo familiare. Non è improprio pensare allora alla Clara di Faruffini che, certo, si mostra molto più misteriosa mentre legge un romanzo che non conosceremo mai e ci regala solo il suo delizioso profilo di donna raffinata. Ed è nel particolare del mignolino che i due quadri s’apparentano, nella volontà dei due pittori di condensare in un solo particolare un’indole, caramellosa ma amabile, e un modo di vivere, sfrontato e colto nello stesso tempo.

Una partita al bigliardo, 1867

Una partita al bigliardo, 1867, olio su tela, cm78x106, firmato in basso al centro in rosso, sul pavimento Carcano Filippo, Milano, Pinacoteca di Brera

Carcano presentò La partita al bigliardo all’Esposizione di Brera del 1867, insieme alla tela di genere Una donna leggera. Esisteva anche una seconda versione della Partita, più grande di quella attualmente esposta a Brera e fortemente restaurata. La tela è stilisticamente molto vicina alla Lezione, probabilmente, le due opere sono state elaborate in stretta contiguità: si tratta ancora una volta di una scena dipinta da un ambiente reale e giocata su un’analoga impostazione prospettica a cannocchiale; molto rilievo è dato dal pittore alla resa della luminosità dell’ambiente. La firma del pittore, è apposta, come nella precedente tela della Lezione, con il nome prima del cognome, direttamente sul pavimento dipinto. Un’altra sorprendente analogia riguarda un piccolissimo particolare. Sul pavimento della scuola di ballo del Poletti, come su quello della sala da biliardo, poco distante dalla firma, Carcano dipinge un fiore rosa. Forse è un’aggiunta alla sua firma, una sorta di deliziosa auto citazione per ricordare il suo esordio con La piccola fioraia. Secondo la testimonianza di Ojetti la sala da biliardo dipinta da Carcano si trova in via Santa Radegonda, vicino alla famosa Pasticceria Ofelleria Baj, strada in cui meno di vent’anni dopo la Società Elettrica Edison battezzerà la prima centrale termoelettrica d’Europa. La sala è frequentata da letterati ed artisti, dai due fratelli Boccono e dallo stesso Carcano, che ama il giuoco del biliardo. Il pittore e critico scapigliato Vespasiano Bignami scrive che l’interesse di Filippo per il biliardo non è puramente artistico. Rievocando la prima attività della Famiglia Artistica nell’ampia sede del refettorio del Carmine, Bignami scrive: dalle 10 di sera in poi, finita la scuola, il flusso passava a destra. Il riparto ‘buon tempo’, rimasto sino allora vuoto e silenzioso, si ravvivava, la tastiera saltellava, le biglie correvano. Filippo Carcano sempre misurato e calmo, le guidava con magistrali colpi di stecca alla vittoria immancabile e sorrideva a labbra serrate nella barbetta biondeggiante. È interessante il fatto che i due quadri più significativi di Carcano sono stati dipinti in luoghi che il pittore frequenta anche per diletto. È stata ritrovata, in una collezione privata, la stecca da biliardo personale di Filippo Carcano, completa si custodia lignea. Osservando attentamente La partita al bigliardo si noterà che la stecca dell’artista è identica a quella impugnata dall’uomo sulla destra, mentre all’estrema sinistra, appoggiato al muro, si trova la custodia di legno. L’opera provoca subito una vivace polemica. Il tema trattato, in linea con l’esigenza di documentare la contemporaneità anche nei nuovi aspetti degli svaghi borghesi, non particolarmente insolito, offre comunque motivi di sopresa per il pubblico e per la critica. Si rinnovano le polemiche della Lezione di ballo, per il taglio molto simile e la proposta di un’altra istantanea di vita quotidiana, restituita per mezzo di una tecnica elaborata. Carcano dipinge, forse in modo provocatorio, personaggi abbigliati in costume antico, rovesciando inesorabilmente i canoni della pittura di genere che si orienta verso scintillanti rievocazioni di costumi e di ambienti neosettecenteschi. Di nuovo Carcano si misura con una scena prospetticamente ardita e reale, osservata in tutte i suoi accidenti luministici. Si osservi ad esempio la perizia con cui Carcano ha dipinto i bicchieri e la loro trasparenza sul mobile delle stecche a sinistra, i riflessi della luce sulle sedie vicine; e anche la sorprendente delicatezza con cui ha reso il tessuto dei paralumi. È da sottolineare, infine, l’abilità raggiunta da Carcano nella naturalezza delle pose. Se l’“uomo settecentesco” risulta un po’ rigido, quasi incartapecorito, con lo sguardo straniato verso il nostro campo, le due figure accostate al biliardo sono dipinte con un’eccezionale maestria. Questo importante quadro di Carcano è poi diventato celebre, a posteriori, perché alcuni pittori divisionisti lo hanno citato come un precedente della ricerca sulla divisione dei colori. In breve Carcano avrebbe applicato nella Partita a biliardo un’empirica divisione in colori puri. Giustamente Macchi lo definisce un Bigliardo miniato in tutti i colori dell’iride. La vicenda inizia con l’articolo di Vittore Grubicy su Segantini e la divisione ottica del colore, pubblicato in “Cronaca d’Arte” il 14 giugno 1891. L’intenzione di Grubicy è di fornire un commento alle opere di Segantini e una teoria sulla genesi del divisionismo. L’idea è che Cremona, Carcano, Ranzoni e Fontanesi siano arrivati empiricamente alla divisione dei colori tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Nel catalogo che accompagna la mostra postuma dedicata al Ranzoni presso la Permanente, Grubicy  sostiene che la divisione dei colori è stata già adottata, in ambiente milanese, molti anni prima da Carcano. In realtà si tratta di una posizione discutibile perché Grubicy vuole riconoscere a posteriori nella Partita a biliardo un incunabolo della tecnica divisionista. Il pittore e mercante percepisce nelle palle da biliardo l’applicazione di colori puri da parte dell’artista; oltre quelle di color avorio con lumeggiature, abbiamo sul tavolo una palla rossa da carambola (in rispondenza della colorazione delle tende), una palla verde con qualche spunto rossastro ed una palla rosso-aranciata, in riflesso cromo-luminoso dei colori circostanti, del verde del tappeto al bruno del legno del biliardo. La soluzione di Carcano non è né improvvisa né casuale ed è anche semplice da spiegare. Essa si lega alle analisi del colore compiute dal pittore fin dal ’62, visibili nei fiori della Piccola fioraia, sostanziandosi poi nelle filettature quasi a bastoncino, di rossi e di blu presenti in alcuni abiti femminili di La lezione di ballo, che non sono certo disegno ma materia colorata tesa a rendere più tangibile la realtà degli oggetti. La critica, dopo l’uscita di Grubicy, ha dunque focalizzato l’attenzione su Carcano come precursore del metodo divisionista. Il dipinto in questione fu acquistato per ottocento lire dalla Società per le Belle Arti proprio nel 1867 e viene assegnato per sorteggio all’ingegnere Carlo Besana, assessore ai lavori pubblici di Milano, garibaldino e libero pensatore, amico di Emilio Longoni.

L’areoplano, 1911

L’aeroplano o Il volo, 1911, olio su tela, cm 137x193, firmato Carcano F. e datato in basso a sinistra, Collezione Privata

Carcano si fa qui cronista della rivoluzione dei trasporti. Nel 1911, ormai settantenne, espone alla Internazionale di Belle Arti di Roma L’aeroplano. Ne parla Almerico Ribera nel libro Filippo Carcano pittore: gli parve infine di dover dare il suo contributo di plauso alle conquiste mirabili dell’ingegno e si profuse a gettar nelle nubi, atomo volante, le vibrazioni invisibili di un velivolo. Il pittore potrebbe essersi ispirato per il soggetto al Circuito Aereo Internazionale che si svolse a Milano dal 23 Settembre al 3 Ottobre 1910, che prevedeva il Gran Premio per la traversata delle Alpi. La sfida sarà racocolta dal giovane aviatore peruviano Hugo Chavez che realizzerà l’impresa sacrificando la sua vita. Ma esiste, forse, un’altra spiegazione. L’ingegnere civile Giovanni Caproni era stato aiutato nelle sue sperimentazioni di volo grazie all’acquisto di un Blériot 25hp da Gherardo Baragiola, che aveva costruito per lui un hangar a Vizzola Ticino. Carcano era stato per anni legato all’onorevole Pietro Baragiola che gli aveva comprato parecchie tele e gli aveva offerto ospitalità. È allora possibile che Carcano sia stato là, a Vizzola Ticino, durante uno dei primi voli, e abbia voluto registrare l’evento con un’opera pittorica, conscio anche del suo valore di documento storico. Come scrive Bistolfi nel ’14Carcano dipingeva ancora le nuvole, ma tra le nuvole collocava … un aeroplano. Il verista e l’idealista s’incontravano ancora!