Alla banda dei giardini pubblici, 1891

 

Alla banda dei Giardini Pubblici, 1891, olio su tela, 100×143, firmato in basso a destra F. Carcano, Collezione Privata

Il dipinto, noto anche con il titolo Musica ai Giardini Pubblici, era stato esposto da Carcano alla prima Triennale di Brera del 1891. Faceva parte delle proprietà di Ernesto Reinach, il self made man che, amato come un figlio dal barone Eugenio Cantoni, a soli diciannove anni divenne “ispettore” del Cotonificio Cantoni. Reinach diventò dalla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento un imprenditore di successo nel settore degli olii lubrificanti. Nella sua collezione c’erano opere di Luigi Conconi, di Paolo Troubetzkoy, Leonardo Bazzaro, Giovanni Segantini, Gaetano Previati e Luigi Rossi.  Il quadro del Carcano, così apprezzato da essere appeso nel studio personale di Reinach, era ritenuto disperso, ma è ricomparso sul mercato. Lo si conosceva  da una riproduzione fotografica presente nell’archivio del Comune di Milano, con il titolo Le marionette, opera che risulta esposta alla Permanente del 1912, mentre Alla Banda dei Giardini Pubblici è un’altra opera pubblicata nel 1913 da Almerico Ribera nel libro postumo Filippo Carcano Pittore. Si tratta di un’interessante sperimentazione di en plein air cittadino, con un taglio obliquo di matrice fotografica, resa con una pittura magra, a larghi tocchi, da cui compare talvolta la tela grezza. Ernesto Reinach fu arrestato dai nazisti all’età di ottantanove anni e morì di stenti durante il viaggio prima di arrivare a Bolzano. Si legga a proposito il bell’articolo di Philippe Daverio su Diario Nazionalità nemica: razza ebraica. In seguito alla persecuzione nazifascista la collezione è stata parzialmente dispersa.

Un brindisi, 1872

Un brindisi o L’ultima goccia, 1872, olio su tela, 74x62, firmato in alto a sinistra F. Carcano/1872 e cifrato C.F. in basso a destra, Collezione Privata

Risale sempre al 1872 il quadro Un brindisi, conosciuto successivamente come L’ultima goccia. Carcano lo espone alla Promotrice di Torino di quell’anno e poi nel 1875 all’esposizione annuale di Brera con il titolo In carnevale. Fu descritto dalla critica come una ridente mezza figura di fanciulla bionda in veste di raso giallo, quasi auro, staffilata magnifica di colore e luce, splendido tripudio della tavolozza, bizzarria trattata con disinvoltura mirabile. L’olio, riemerso nel 2004 presso la Quadreria dell’Ottocento e collocato prima a Como nella Collezione dell’onorevole Pietro  Baragiola, era noto dalla riproduzione nel libro Filippo Carcano pittore e da una cartolina postale spedita da Filippo Carcano e dalla fidanzata Annetta alla nipote Angela Carcano nel 1912 con gli auguri di Pasqua. Si tratta ancora di un ritratto femminile, simile a Il passatempo del 1871. La donna ritratta è proprio la fidanzata Annetta, intenta a bere proprio l’ultima goccia, durante un veglione di Carnevale, mentre indossa un abito che ricorda quello di Pierrette. Carcano ha posto attenzione nella riproduzione della serica veste e nel fiocco che regge la capigliatura, arricchito di piccole perle, come anche lo scialle. Ma è nella felicissima resa della manina che regge il calice, leziosamente sollevata come a comunicarci tutta la vezzosità di questa giovane donna ottocentesca, che Carcano offre a noi un’immagine inconsueta e privata, ma nello stesso tempo familiare. Non è improprio pensare allora alla Clara di Faruffini che, certo, si mostra molto più misteriosa mentre legge un romanzo che non conosceremo mai e ci regala solo il suo delizioso profilo di donna raffinata. Ed è nel particolare del mignolino che i due quadri s’apparentano, nella volontà dei due pittori di condensare in un solo particolare un’indole, caramellosa ma amabile, e un modo di vivere, sfrontato e colto nello stesso tempo.

Agosto a Gignese, 1903

Agosto a Gignese, 1903, olio su tela, cm 101.5x141.5, firmato Carcano F. in basso a sinistra, Collezione Privata

All’esposizione primaverile alla Permanente del 1903 Carcano invia quindici opere, dipinte en plein air fra la Svizzera, il Lago Maggiore, Roma, Chioggia e Venezia. Sono probabilmente quadri di piccolo formato dipinti con tecniche diverse. Fra le altre opere c’è anche Agosto a Gignese. La tela, di grandi dimensioni, è essenziale nella scansione degli elementi compositivi, la collina, il sentiero e la capanna sullo sfondo. Completamente privo di qualsiasi concessione all’aneddoto, si riconosce nel quadro la migliore pittura del Carcano e la sua capacità di focalizzare l’attenzione del fruitore su alcuni particolari naturalistici che dilatano la veduta attraverso diversi piani prospettici.

La campagna di Asiago, 1885

La campagna di Asiago, 1885, olio su tela, cm143x225, firmato in basso a destra Carcano F., Parigi, Musée d’Orsay

La campagna di Asiago è uno dei cavalli di battaglia di Carcano; l’artista lo espose nel 1885 a Brera; nel 1887 all’Esposizione Nazionale di Venezia e nel 1900 a Parigi, per l’Exposition Universelle, quando fu acquistato dallo Stato Francese per il Musée de Luxembourg di Parigi. Trasportato nel 1922 al Jeu de Paume – allora Musée des Ecoles Étrangères, il dipinto venne nuovamente trasferito nel 1946 al Musée National d’Art Moderne. Troverà fissa dimora nel 1984 all’interno del Museo della Gare d’Orsay, pensato da Georges Pompidou e realizzato poi da Mitterand secondo il progetto di Gae Aulenti. In una tela di ampie dimensioni Carcano ha dipinto una grande porzione di paesaggio. La costruzione dei piani rimanda alla Pietra papale sulla strada per il Mottarone. Nella Campagna di Asiago Carcano cerca di allargare il campo per riprendere una vastissima zona. Nel primo piano c’è una pozza d’acqua che serve alle pecore come abbeveratoio. Ve ne sono tre che si spingono a vicenda per uscirne. Numerose figurette animano la scena, fra cui il pastore quasi al centro, due macchiette che si riposano davanti a un focherello, con a fianco un cappello per proteggersi dal sole e tante personcine rese soltanto con un tocco di pennello, che brulicano dappertutto. Sulla destra un villaggio, sormontato da una montagna. Nel secondo piano, Carcano ha voluto dipingere le colline di Asiago, con i campi che assicurano una diversa colorazione e un fiumiciattolo al centro. Gussalli scrive che è un lavoro eroico, dove più larga è stata la visione del Maestro, più denso il sentimento della natura, più fiere le difficoltà superate: La pianura d’Asiago, ridente, vivificata dall’opera feconda dei contadini sparsi nelle praterie, mentre a Barbiera non piace la brutta piscina ellittica sul davanti; ma la gradazione dei verdi piani ascendenti com’è morbida! Carlo Dossi, sottolineando l’abilità dell’artista, racconta: Il Carcano non si è fermato a dipingere qualche pianta o qualche pietra, ma ha messo addirittura in pittura dei chilometri, e colla sua Campagna d’Asiago superando difficoltà che crediamo grandissime, ci ha sviluppato innanzi interi boschi, villaggi, campi ed ogni sorta di colture, senza che la tela ricordi menomamente una planimetria d’ingegnere.

Una partita al bigliardo, 1867

Una partita al bigliardo, 1867, olio su tela, cm78x106, firmato in basso al centro in rosso, sul pavimento Carcano Filippo, Milano, Pinacoteca di Brera

Carcano presentò La partita al bigliardo all’Esposizione di Brera del 1867, insieme alla tela di genere Una donna leggera. Esisteva anche una seconda versione della Partita, più grande di quella attualmente esposta a Brera e fortemente restaurata. La tela è stilisticamente molto vicina alla Lezione, probabilmente, le due opere sono state elaborate in stretta contiguità: si tratta ancora una volta di una scena dipinta da un ambiente reale e giocata su un’analoga impostazione prospettica a cannocchiale; molto rilievo è dato dal pittore alla resa della luminosità dell’ambiente. La firma del pittore, è apposta, come nella precedente tela della Lezione, con il nome prima del cognome, direttamente sul pavimento dipinto. Un’altra sorprendente analogia riguarda un piccolissimo particolare. Sul pavimento della scuola di ballo del Poletti, come su quello della sala da biliardo, poco distante dalla firma, Carcano dipinge un fiore rosa. Forse è un’aggiunta alla sua firma, una sorta di deliziosa auto citazione per ricordare il suo esordio con La piccola fioraia. Secondo la testimonianza di Ojetti la sala da biliardo dipinta da Carcano si trova in via Santa Radegonda, vicino alla famosa Pasticceria Ofelleria Baj, strada in cui meno di vent’anni dopo la Società Elettrica Edison battezzerà la prima centrale termoelettrica d’Europa. La sala è frequentata da letterati ed artisti, dai due fratelli Boccono e dallo stesso Carcano, che ama il giuoco del biliardo. Il pittore e critico scapigliato Vespasiano Bignami scrive che l’interesse di Filippo per il biliardo non è puramente artistico. Rievocando la prima attività della Famiglia Artistica nell’ampia sede del refettorio del Carmine, Bignami scrive: dalle 10 di sera in poi, finita la scuola, il flusso passava a destra. Il riparto ‘buon tempo’, rimasto sino allora vuoto e silenzioso, si ravvivava, la tastiera saltellava, le biglie correvano. Filippo Carcano sempre misurato e calmo, le guidava con magistrali colpi di stecca alla vittoria immancabile e sorrideva a labbra serrate nella barbetta biondeggiante. È interessante il fatto che i due quadri più significativi di Carcano sono stati dipinti in luoghi che il pittore frequenta anche per diletto. È stata ritrovata, in una collezione privata, la stecca da biliardo personale di Filippo Carcano, completa si custodia lignea. Osservando attentamente La partita al bigliardo si noterà che la stecca dell’artista è identica a quella impugnata dall’uomo sulla destra, mentre all’estrema sinistra, appoggiato al muro, si trova la custodia di legno. L’opera provoca subito una vivace polemica. Il tema trattato, in linea con l’esigenza di documentare la contemporaneità anche nei nuovi aspetti degli svaghi borghesi, non particolarmente insolito, offre comunque motivi di sopresa per il pubblico e per la critica. Si rinnovano le polemiche della Lezione di ballo, per il taglio molto simile e la proposta di un’altra istantanea di vita quotidiana, restituita per mezzo di una tecnica elaborata. Carcano dipinge, forse in modo provocatorio, personaggi abbigliati in costume antico, rovesciando inesorabilmente i canoni della pittura di genere che si orienta verso scintillanti rievocazioni di costumi e di ambienti neosettecenteschi. Di nuovo Carcano si misura con una scena prospetticamente ardita e reale, osservata in tutte i suoi accidenti luministici. Si osservi ad esempio la perizia con cui Carcano ha dipinto i bicchieri e la loro trasparenza sul mobile delle stecche a sinistra, i riflessi della luce sulle sedie vicine; e anche la sorprendente delicatezza con cui ha reso il tessuto dei paralumi. È da sottolineare, infine, l’abilità raggiunta da Carcano nella naturalezza delle pose. Se l’“uomo settecentesco” risulta un po’ rigido, quasi incartapecorito, con lo sguardo straniato verso il nostro campo, le due figure accostate al biliardo sono dipinte con un’eccezionale maestria. Questo importante quadro di Carcano è poi diventato celebre, a posteriori, perché alcuni pittori divisionisti lo hanno citato come un precedente della ricerca sulla divisione dei colori. In breve Carcano avrebbe applicato nella Partita a biliardo un’empirica divisione in colori puri. Giustamente Macchi lo definisce un Bigliardo miniato in tutti i colori dell’iride. La vicenda inizia con l’articolo di Vittore Grubicy su Segantini e la divisione ottica del colore, pubblicato in “Cronaca d’Arte” il 14 giugno 1891. L’intenzione di Grubicy è di fornire un commento alle opere di Segantini e una teoria sulla genesi del divisionismo. L’idea è che Cremona, Carcano, Ranzoni e Fontanesi siano arrivati empiricamente alla divisione dei colori tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Nel catalogo che accompagna la mostra postuma dedicata al Ranzoni presso la Permanente, Grubicy  sostiene che la divisione dei colori è stata già adottata, in ambiente milanese, molti anni prima da Carcano. In realtà si tratta di una posizione discutibile perché Grubicy vuole riconoscere a posteriori nella Partita a biliardo un incunabolo della tecnica divisionista. Il pittore e mercante percepisce nelle palle da biliardo l’applicazione di colori puri da parte dell’artista; oltre quelle di color avorio con lumeggiature, abbiamo sul tavolo una palla rossa da carambola (in rispondenza della colorazione delle tende), una palla verde con qualche spunto rossastro ed una palla rosso-aranciata, in riflesso cromo-luminoso dei colori circostanti, del verde del tappeto al bruno del legno del biliardo. La soluzione di Carcano non è né improvvisa né casuale ed è anche semplice da spiegare. Essa si lega alle analisi del colore compiute dal pittore fin dal ’62, visibili nei fiori della Piccola fioraia, sostanziandosi poi nelle filettature quasi a bastoncino, di rossi e di blu presenti in alcuni abiti femminili di La lezione di ballo, che non sono certo disegno ma materia colorata tesa a rendere più tangibile la realtà degli oggetti. La critica, dopo l’uscita di Grubicy, ha dunque focalizzato l’attenzione su Carcano come precursore del metodo divisionista. Il dipinto in questione fu acquistato per ottocento lire dalla Società per le Belle Arti proprio nel 1867 e viene assegnato per sorteggio all’ingegnere Carlo Besana, assessore ai lavori pubblici di Milano, garibaldino e libero pensatore, amico di Emilio Longoni.

Alta Brianza, 1907

Alta Brianza, 1907, cm101x142, firmato F. Carcano in basso a sn, Collezione Privata

Coeva a La campagna di Orsenigo è Alta Brianza, sempre del 1907, esposto alla mostra della Permanente. Un grande olio rappresentante il Lago di Alserio sotto Como con il Resegone sullo sfondo. Carcano dimostra ancora una volta la sua maestria nella composizione dell’immagine, che risulta particolarmente gradevole per il concatenarsi dei piani e per la scelta dei colori, resi evidenti anche dall’ottimo stato di conservazione del quadro.