Federico Barbarossa ed Enrico il Leone a Chiavenna, 1862

Federico Barbarossa e il duca Enrico il Leone a Chiavenna, 1862, olio su tela, cm175x235, Milano, Pinacoteca di Brera, in deposito presso l’Avvocatura dello Stato, Palazzo di Giustizia, corso di Porta Vittoria, Milano.

Il giovane Carcano, allievo di Hayez dal 1857, vince nel 1859 un pensionato triennale per allievi promettenti. I biografi raccontano che in questi anni di formazione il giovane artista non pensa ad altro che a ottenere medaglie per convincere il padre della bontà della sua scelta professionale. Nel 1862 – anno in cui lascia Brera meritando una menzione onorevole per l’esperimento finale delle Scuole superiori di pittura riunite – espone la tela Federico Barbarossa e il duca Enrico il Leone a Chiavenna. Con quest’impegnativo quadro di grandi dimensioni, Carcano ottiene il primo premio della sua vita d’artista: quello dell’Istituzione Canonica. Il soggetto richiesto è l’illustrazione di “un fatto di generale importanza, tratto dalla storia italiana del XII e del XIII secolo”. Lo stesso tema era stato affrontonto nel 1848 da Philip Foltz (11 Maggio 1805 – 5 Agosto 1877), nel quadro conservato al Maximilianeum di Monaco di Baviera, in maniera diversa.

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Philip Foltz (11 Maggio 1805 – 5 Agosto 1877), Kaiser Friedrich Barbarossa un Herzog Heinrich del Löwe in Chiavenna, 1848, Monaco di Baviera, Maximilianeum

Il tema scelto dal giovane Carcano rimanda alle vicende italiane della metà del XII secolo: il Duca di Baviera e di Sassonia Enrico XII il Leone, cugino e avversario di Federico I detto il Barbarossa,  rifiuta all’imperatore l’appoggio militare, determinandone così la sconfitta a Legnano (29 maggio 1176). La vittoria dei Comuni lombardi è una delle prime con un valore “nazionale”. Carcano sceglie di rappresentare il momento del rifiuto di Enrico il Leone al Barbarossa, antefatto della vittoria di Legnano. Narrano le fonti coeve che Enrico si allontanò dall’Italia lungo la via del lago, diretto ai valichi dello Spluga e del Maloja. Il cugino imperatore lo fa rincorrere dai suoi messi per chiedergli abboccamento: “Ut Henricus Clavenne sibi veneret”. Il fatto si svolge infatti a Chiavenna. Posta nell’ultimo lembo di Lombardia, ai piedi delle Alpi e quasi a loro chiusura, come vuole il suo nome, nella breve conca di confluenza delle valli del Liro e del Mera per cui salgono le antichissime strade che fin dall’epoca romana portano verso i valichi, Chiavenna è l’ultimo centro abitato per cui il Leone deve transitare prima di affrontare la valle impervia e solitaria che lo porta fuori d’Italia. Se deve trattare con l’imperatore non ha alternativa, deve farlo lì. In una sala del vecchio castello, ingentilita solo dalle decorazioni di un colonnato, ha luogo l’incontro. Mentre il Barbarossa si prostra chiedendo aiuto contro i Comuni lombardi uniti in lega, il giovane condottiero rifiuta alzando la mano destra, motivato dal recente saccheggio alle sue terre da parte degli amici dell’imperatore. Dietro Enrico due personaggi commentano silenziosamente la scena mentre l’imperatrice, “dignitosa e avvenente” secondo la critica del tempo, è in piedi di fianco a Federico. Le cronache contemporanee raccontano che essa accorre verso l’imperatore, rimproverandolo per una simile umiliazione, sconveniente alla dignità reale: “Sorgi, o Signore, ma non ti dimenticare mai di un fatto simile, che Iddio faccia di te vendetta un giorno”, sono le parole che fa dire il Voig all’imperatrice nella sua storia della Lega Lombarda. Completa la scena un paggio in attesa di ordini appoggiato al trono munumentale. Il quadro di Carcano si avvicina a temi risorgimentali per via di metafora: rappresentare il momento in cui il Barbarossa perde l’appoggio del cugino Enrico e di conseguenza è sconfitto a Legnano, significa voler sottolineare l’importanza della libertà appena conquistata con la cacciata degli Asburgo. E c’è un dettaglio molto esplicito a questo proposito: il tricolore che ricorre nella tela, dal tappeto al trono, nelle vesti del paggio appoggiato al bracciolo dello stesso trono e nella stessa figura del Barbarossa accostata al camminatoio verde. Carcano manifesta un’adesione ai dettami dello stile vigente, d’altronde “c’era nelle scuole accademiche di quel tempo una specie di regolamento morale che imponeva alla coscienza di ogni giovane artista il suo storico saggio romantico”. Quello che a Carcano interessa maggiormente è la descrizione dell’ambiente e delle figure, l’effetto generale e, soprattutto, la resa della luce. Infatti secondo il critico dell’epoca Gussalli questa prova accademica di Carcano segna già una nuova tendenza nell’impasto dei colori e nella finezza dei toni, e pure la commissione per il premio Canonica nota il pregio singolare di colorito, che spicca per ben trovata ed armonica intonazione specialmente nelle tre figure principali. Carcano si trova qui in una situazione analoga a quella di Faruffini: cerca di ricostruire delle scene in costume e insieme di rendere il vero, il reale. Non c’é da meravigliarsi, a posteriori, se Carcano, nello stesso anno in cui presenta il Federico Barbarossa (1862) data un quadro straordinario come Cortile a giardino con figure, effetto di sole, della Collezione Marzotto, ma lo espone prudentemente a Brera solo due anni dopo. Ad un tipo di pittura timidamente innovativa, ma sempre rispettosa della tradizione e quindi premiata con un riconoscimento ufficiale, si contrappone la contemporanea e personale ricerca dell’artista sul rapporto luce-colore. Rotta definitivamente ogni alleanza con l’Accademia … iniziava le sue ricerche di verità.

Veduta del Lago Maggiore, 1878-1881

Veduta di Lago Maggiore, olio su tela, cm75x201, firmato in basso a destra Carcano F., Collezione Privata

Una Veduta del Lago Maggiore, già nella Collezione Gussoni fino al 1932, è stata recentemente posta in vendita da Enrico Gallerie d’Arte. Potrebbe trattarsi di Il vaporino esposto da Carcano all’Esposizione Nazionale del 1881. Sembra di riconoscerlo nella descrizione di Chirtani: Il vaporino, ispirato da una delle più vaghe trasformazioni d’aspetto del Lago Maggiore, quando la bianchezza di un cielo rannuvolato e luminoso, riflessa dalle acque e diffusa in tutto l’ambiente, dà al lago l’apparenza di una regione fantastica, tutta splendori come quei paesaggi che si immaginano guardando contro un lume un grosso pezzo di cristallo. La descrizione di Chirtani induce a pensare che si tratti proprio della stessa opera anche se spesso Carcano ripete gli stessi soggetti, quindi è forse più corretto guardarla come un esempio del genere. Per Colombo Il vaporino è un quadro-protesta. Colle tinte chiarissime ed allegre, come nell’Isola dei Pescatori e Pescarenico il Carcano dimostra di saper trattare qualunque effetto di colore, quantunque per natura preferisca la nota grigia e melanconica. V’è la veduta di uno sfondo stupendo, tolta dalla villa Boggiani a Stresa. Sappiamo infatto che Carcano frequenatava spesso Guido Boggiani e si era invaghito della sorella. Di nuovo Carcano adotta un formato allungato, simile a una cartolina; rispetto alla precedente Veduta egli abbandona l’idea della quinta con la funzione di palcoscenico e inizia a dipingere l’acqua proprio dal bordo inferiore del dipinto; sparite anche le macchiette, a Carcano non resta altro che il vaporino come soggetto centralizzante e l’idea di una piccola imbarcazione, che precisa le dimensioni del vapore. Il dipinto è costruito semplicemente da tre piani, il lago, le montagne che chiudono l’orizzonte e il cielo, e orchestrato tutto su tonalità blande di azzurri, grigi e rosa. È sorprendente il fatto che malgrado questa uniformità cromatica la veduta abbia un effetto di particolare luminosità e brillantezza, cosa che potrebbe confermare l’uso, da parte di Carcano, di polvere di solfato di bario. Questo metallo, che si presenta come materia bianca e cristallina, viene spesso usato dagli artisti per dipingere particolari che richiedono una forte luminosità e opalescenza.

Il poeta, 1873

Filippo Carcano, Il poeta, 1873, olio su tela, cm 145x82, Collezione Privata

Il quadro faceva parte della raccolta di Carlo Borghi, il nipote del capostipite della casata di imprenditori cotonieri  Pasquale Borghi. La collezione era iniziata negli anni Settanta, quando il giovane Carlo, frequentava i pittori e gli scrittori milanesi scapigliati e comprendeva opere di Cremona, Conconi e Grandi e fu poi continuata dai cugini Napoleone e Pio Borghi. Il poeta, noto anche con il nome di La passeggiata amorosa e Idillio, fu esposto a Brera nel 1873, a Firenze nel 1876 e a Napoli nel 1877. In un viale ombreggiato da alti alberi, passeggia una coppia di fidanzati in riconoscibili abiti settecenteschi. Davanti a loro sosta un levriero che sembra aver percepito qualcosa, un improvviso rumore o un odore interessante. Prevale la verticalità in questo quadro in cui tutto sembra improntato ad una cortese eleganza. Carcano si diletta in un esasperato controluce nella descrizione delle foglie degli alberi che riflettono la loro ombra sul vialetto, in rottura con il linguaggio scapigliato che prediligeva la fusione di luce e colore. Anche l’aguzzo quadrupede è stato coerentemente fornito della sua ombra riflessa. Il dipinto era stato accolto non favorevolmente dal Romussi nel 1873 che vi aveva visto un ennesimo tentativo del Carcano di voler dipingere un effetto di sole, sopra un gran frascame”, con un tale effetto di luce ed ombra che simile a un vero riflesso di sole abbaluccina la vista a chi lo guarda. La tela fu riproposta a Brera nel 1876, trasformata in un Idillio con l’aggiunta di un bel levriero e di un amante in una non bella damina in abiti settecenteschi.

Alla banda dei giardini pubblici, 1891

 

Alla banda dei Giardini Pubblici, 1891, olio su tela, 100×143, firmato in basso a destra F. Carcano, Collezione Privata

Il dipinto, noto anche con il titolo Musica ai Giardini Pubblici, era stato esposto da Carcano alla prima Triennale di Brera del 1891. Faceva parte delle proprietà di Ernesto Reinach, il self made man che, amato come un figlio dal barone Eugenio Cantoni, a soli diciannove anni divenne “ispettore” del Cotonificio Cantoni. Reinach diventò dalla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento un imprenditore di successo nel settore degli olii lubrificanti. Nella sua collezione c’erano opere di Luigi Conconi, di Paolo Troubetzkoy, Leonardo Bazzaro, Giovanni Segantini, Gaetano Previati e Luigi Rossi.  Il quadro del Carcano, così apprezzato da essere appeso nel studio personale di Reinach, era ritenuto disperso, ma è ricomparso sul mercato. Lo si conosceva  da una riproduzione fotografica presente nell’archivio del Comune di Milano, con il titolo Le marionette, opera che risulta esposta alla Permanente del 1912, mentre Alla Banda dei Giardini Pubblici è un’altra opera pubblicata nel 1913 da Almerico Ribera nel libro postumo Filippo Carcano Pittore. Si tratta di un’interessante sperimentazione di en plein air cittadino, con un taglio obliquo di matrice fotografica, resa con una pittura magra, a larghi tocchi, da cui compare talvolta la tela grezza. Ernesto Reinach fu arrestato dai nazisti all’età di ottantanove anni e morì di stenti durante il viaggio prima di arrivare a Bolzano. Si legga a proposito il bell’articolo di Philippe Daverio su Diario Nazionalità nemica: razza ebraica. In seguito alla persecuzione nazifascista la collezione è stata parzialmente dispersa.

Un brindisi, 1872

Un brindisi o L’ultima goccia, 1872, olio su tela, 74x62, firmato in alto a sinistra F. Carcano/1872 e cifrato C.F. in basso a destra, Collezione Privata

Risale sempre al 1872 il quadro Un brindisi, conosciuto successivamente come L’ultima goccia. Carcano lo espone alla Promotrice di Torino di quell’anno e poi nel 1875 all’esposizione annuale di Brera con il titolo In carnevale. Fu descritto dalla critica come una ridente mezza figura di fanciulla bionda in veste di raso giallo, quasi auro, staffilata magnifica di colore e luce, splendido tripudio della tavolozza, bizzarria trattata con disinvoltura mirabile. L’olio, riemerso nel 2004 presso la Quadreria dell’Ottocento e collocato prima a Como nella Collezione dell’onorevole Pietro  Baragiola, era noto dalla riproduzione nel libro Filippo Carcano pittore e da una cartolina postale spedita da Filippo Carcano e dalla fidanzata Annetta alla nipote Angela Carcano nel 1912 con gli auguri di Pasqua. Si tratta ancora di un ritratto femminile, simile a Il passatempo del 1871. La donna ritratta è proprio la fidanzata Annetta, intenta a bere proprio l’ultima goccia, durante un veglione di Carnevale, mentre indossa un abito che ricorda quello di Pierrette. Carcano ha posto attenzione nella riproduzione della serica veste e nel fiocco che regge la capigliatura, arricchito di piccole perle, come anche lo scialle. Ma è nella felicissima resa della manina che regge il calice, leziosamente sollevata come a comunicarci tutta la vezzosità di questa giovane donna ottocentesca, che Carcano offre a noi un’immagine inconsueta e privata, ma nello stesso tempo familiare. Non è improprio pensare allora alla Clara di Faruffini che, certo, si mostra molto più misteriosa mentre legge un romanzo che non conosceremo mai e ci regala solo il suo delizioso profilo di donna raffinata. Ed è nel particolare del mignolino che i due quadri s’apparentano, nella volontà dei due pittori di condensare in un solo particolare un’indole, caramellosa ma amabile, e un modo di vivere, sfrontato e colto nello stesso tempo.

Agosto a Gignese, 1903

Agosto a Gignese, 1903, olio su tela, cm 101.5x141.5, firmato Carcano F. in basso a sinistra, Collezione Privata

All’esposizione primaverile alla Permanente del 1903 Carcano invia quindici opere, dipinte en plein air fra la Svizzera, il Lago Maggiore, Roma, Chioggia e Venezia. Sono probabilmente quadri di piccolo formato dipinti con tecniche diverse. Fra le altre opere c’è anche Agosto a Gignese. La tela, di grandi dimensioni, è essenziale nella scansione degli elementi compositivi, la collina, il sentiero e la capanna sullo sfondo. Completamente privo di qualsiasi concessione all’aneddoto, si riconosce nel quadro la migliore pittura del Carcano e la sua capacità di focalizzare l’attenzione del fruitore su alcuni particolari naturalistici che dilatano la veduta attraverso diversi piani prospettici.

La campagna di Asiago, 1885

La campagna di Asiago, 1885, olio su tela, cm143x225, firmato in basso a destra Carcano F., Parigi, Musée d’Orsay

La campagna di Asiago è uno dei cavalli di battaglia di Carcano; l’artista lo espose nel 1885 a Brera; nel 1887 all’Esposizione Nazionale di Venezia e nel 1900 a Parigi, per l’Exposition Universelle, quando fu acquistato dallo Stato Francese per il Musée de Luxembourg di Parigi. Trasportato nel 1922 al Jeu de Paume – allora Musée des Ecoles Étrangères, il dipinto venne nuovamente trasferito nel 1946 al Musée National d’Art Moderne. Troverà fissa dimora nel 1984 all’interno del Museo della Gare d’Orsay, pensato da Georges Pompidou e realizzato poi da Mitterand secondo il progetto di Gae Aulenti. In una tela di ampie dimensioni Carcano ha dipinto una grande porzione di paesaggio. La costruzione dei piani rimanda alla Pietra papale sulla strada per il Mottarone. Nella Campagna di Asiago Carcano cerca di allargare il campo per riprendere una vastissima zona. Nel primo piano c’è una pozza d’acqua che serve alle pecore come abbeveratoio. Ve ne sono tre che si spingono a vicenda per uscirne. Numerose figurette animano la scena, fra cui il pastore quasi al centro, due macchiette che si riposano davanti a un focherello, con a fianco un cappello per proteggersi dal sole e tante personcine rese soltanto con un tocco di pennello, che brulicano dappertutto. Sulla destra un villaggio, sormontato da una montagna. Nel secondo piano, Carcano ha voluto dipingere le colline di Asiago, con i campi che assicurano una diversa colorazione e un fiumiciattolo al centro. Gussalli scrive che è un lavoro eroico, dove più larga è stata la visione del Maestro, più denso il sentimento della natura, più fiere le difficoltà superate: La pianura d’Asiago, ridente, vivificata dall’opera feconda dei contadini sparsi nelle praterie, mentre a Barbiera non piace la brutta piscina ellittica sul davanti; ma la gradazione dei verdi piani ascendenti com’è morbida! Carlo Dossi, sottolineando l’abilità dell’artista, racconta: Il Carcano non si è fermato a dipingere qualche pianta o qualche pietra, ma ha messo addirittura in pittura dei chilometri, e colla sua Campagna d’Asiago superando difficoltà che crediamo grandissime, ci ha sviluppato innanzi interi boschi, villaggi, campi ed ogni sorta di colture, senza che la tela ricordi menomamente una planimetria d’ingegnere.