Il ghiacciaio di Cambrena, 1897

Il ghiacciaio di Cambrena, 1897, olio (e tempera?) su tela, cm136x196, firmato in basso a sinistra “Carcano F.”, Collezione Privata

Alla Terza Esposizione Triennale di Milano del 1897 Carcano trionfò, con la vincita del Premio Principe Umberto, assegnato al quadro Visione-Cristo che bacia l’Umanità. Quest’opera faceva parte del gruppo di tele dell’artista dedicate a temi evangelici e di religiosità popolare, come quelle su Giuda (già dal 1881) e Il Buon pastore. Oltre al Cristo che bacia l’umanità, che peraltro provoca critiche contrastanti, Carcano espose Il Ghiacciaio di Cambrena, straordinario ritratto eseguito sul motivo, davanti al passo del Bernina, in Svizzera, che testimoniava l’attualità della sua produzione. L’opera fu acquistata dall’Onorevole Pietro Baragiola e poi passò nella collezione dell’editore e tipografo comasco Luigi Daelli. Già dalle note biografiche pubblicate sul catalogo della prima Biennale, Carcano veniva definito pittore “indomito” nelle escursioni in quota. Il richiamo della natura incontaminata alpina attraeva negli stessi anni Segantini, Longoni con altri pittori piemontesi e lombardi e coincide con la nascita dell’alpinismo moderno, in seguito alla fondazione del Club Alpino Italiano a Torino nel 1863. Il medesimo soggetto fu poi ripreso da Emilio Longoni che lo presentò agli inizi del Novecento con tecnica divisionista e senza fiori. Un altro quadro di Longoni, Bernina, rivelava ancora una volta l’esempio del Carcano. A questo genere pittorico corrispondeva anche un particolare tipo di collezionista, che era sopratutto interessato al riscontro oggettivo tra il panorama e la sua rappresentazione. Carlo Reynaudi osservava, a proposito della Triennale torinese del 1896, che “la montagna va entrando sempre più nelle nostre abitudini e nei quadri dei nostri pittori” tanto che il Club Alpino Italiano offre in quell’occasione una medaglia d’oro al miglior dipinto avente come tema l’alta montagna. Carcano dipinse Il ghiacciaio di Cambrena dopo numerose escursioni al Passo del Bernina, fra Italia e Svizzera, come testimonia il cartellino della dogana di Chiavenna, ancor oggi presente sul telaio. A commento di questo lavoro Martinelli nel 1897 annotava: “Il Ghiacciaio di Cambrena del Carcano – reso con quella semplicità di mezzi, sobrietà di particolari, oggettività fotografica che sono le quantità, la forza e i difetti – diciamolo pure – dell’artista milanese“. La resa nitida, la limpidezza di atmosfera e la luminosità che sprigiona dal paesaggio, richiamano alcune vedute degli anni precedenti, come la ripetizione della consueta impostazione spaziale: una scena ampia e ariosa, l’annotazione del primo piano con la descrizione del lago alpino dalle cui acque spuntano minuti eriofori e le montagne che spaziano in orizzontale. La stesura leggera del colore, di cui Gussalli ci fornisce nel 1899 testimonianza, ricordando la “suprema finezza di colore ottenuta con una tecnica così semplice che copre appena la trama della tela”, si stacca dal colore “sugoso” che aveva spesso caratterizzato gli anni più recenti, documentando l’affermarsi di un tipo di esecuzione caratteristica dell’ultima produzione carcaniana. Per Carotti “il Ghiacciaio di Cambrena è l’opera più forte, più riuscita di tutta l’esposizione … fu un vero trionfo della padronanza della tecnica, che fermò sulla tela tutta la poesia silenziosa e sublime dell’alta montagna, quella poesia che conoscono soltanto quelli che da soli, assolutamente soli, passarono ore sopra una cima innevata”. Carcano, come racconta la sua biografia nel catalogo della prima Biennale Veneziana “ama la montagna … fino quasi alla temerarietà, come quando egli si vide, nelle gole della Valsolda, travolgere tela e cavalletto dalle raffiche gelate della tormenta”.

Strada al bosco dei Gardanelli (Bergamasca), 1887

Strada al bosco dei Gardanelli (Bergamasca) o Paesaggio al bosco dei Gardanelli, 1887, olio su tela, cm100X140, firmato in basso a sinistra Carcano F., Collezione Privata.

Strada al bosco dei Gardanelli (Bergamasca) o Paesaggio al bosco dei Gardanelli, 1887, olio su tela, cm100x140, firmato in basso a sinistra Carcano F., Collezione Privata

Presentato per la prima volta a Venezia nel 1887 Strada al bosco dei Gardanelli, fu riproposto da Carcano negli a Bologna nel 1888 e a Milano nel 1889. Rappresenta una scena alpestre presa nei dintorni dell’Albenza e un altro esempio della paesaggismo carcaniano. Dietrich nel 1887 scriveva che “il tratto di strada del Carcano è così naturalmente selciato che si vorrebbe camminarvi sopra”. Il viottolo scosceso al centro della composizione attrae lo sguardo dello spettatore e lo guida fino alla pastorella dal fazzoletto rosso che sta pascolando gli armenti. L’acciottolato è descritto con una pennellata breve; il primo piano del dipinto è reso con una cura maggiore rispetto allo sfondo chiuso da un cielo roseo. Il quadro è composto semplicemente da tre piani unificati dalla presenza della fugura umana. Secondo il Chirtani nel 1889: “il Bosco dei Gardanelli, il capolavoro di Carcano, è un andante maestoso che raggiunge una solennità grave e geniale colla semplicità dei ritmi a larghe onde d’accordi”. L’opera, acquistata dalla Società per le Belle Arti per L. 2500, fu assegnata per sorteggio al pittore Francesco Filippini e poi passò nella collezione del Commendatore A. Civelli.

Il Mottarone, 1879-1880

 

Mottarone, 1879-80, olio su tela, cm102x108, firmato in basso a destra, Collezione Privata

Il dipinto è quasi identico a Strada al Monterone della Galleria Ricci Oddi di Piacenza, documentandio l’abitudine di Carcano a ripetere i soggetti. Il paesaggio ritratto è nei pressi di Coiromonte, con vista sul Monte Falò. L’unica variante rispetto al quadro di Piacenza è data dalla presenza di una pastorella con il foulard rosso al centro, mentre è affine lo stile adottato dal Carcano: piccoli tocchi di colore e stessa impostazione dei diversi piani compositivi.

Le firme di Filippo Carcano

Illustrazione delle firme utilizzate da Filippo Carcano

Filippo Carcano cambiò spesso la sua firma nel corso degli anni in cui lavorò attivamente. Talvolta utilizzò anche l’acronimo “CF”. In La lezione di ballo e in La partita al bigliardo appose la firma sul pavimento di legno dipinto.

Il girovago, 1870

Il girovago o La serenata, 1870, olio su tela, cm71X61, firmato “Carcano Filippo” e datato in basso a sinistra, Milano, Collezione Privata

Il girovago è esposto all’Esposizione annuale di Brera nel 1870. Carcano ha trent’anno e risiede in via Vivaio al 4, entro il quartiere delle ortaglie frequentato da tanti artisti scapigliati. Il quadro è un esempio della caratteristica scena di genere carcaniana, che predilige ambientazioni semplici e quotidiane e soggetti umili. Se il soggetto è riconducibile ad analoghe opere di Domenico Induno, l’approccio di Carcano non è aneddotico, ma improntato a una spontanea e diretta osservazione del vero. Il giovane ritratto in primo piano, intento a suonare forse anche una serenata, è difatti sicuramente un girovago, un menestrello, che si procaccia da vivere cantando e inscenando spettacoli con i cani accucciati ai suoi piedi (è visibile appoggiato al muro di destra il cerchio entro cui probabilmente gli animali saltavano). Si tratta di una delle tante vedute che caratterizzarono la produzione dell’artista nel decennio a cavallo degli anni Settanta. In questo caso, tutto è giocato sull’efficace contrasto tra la luminosità della luce solare che investe le case e le figure sulla sinistra del quadro ed il netto, continuo, contrapporsi dell’ombra del muro di cinta. Il preciso effetto prospettico, che si attua nell’allungarsi della via stretta tra muraglie di case, è dunque accentuato dall’esatto utilizzo dei mezzi luminosi. Lo sguardo è così attratto in lontananza, abbracciando in una visione unitaria i numerosi particolari della scena: una carriola abbandonata, una donna sul balcone che sta gettando qualcosa alla bambina giù in strada, e una serie di macchiette, intente chi ad ascoltare chi a discutere, disposte lungo la via, sino al carretto che si perde sotto l’arcata. Sullo sfondo lascia intravedere, con accresciuto effetto prospettico, un nuovo tratto di strada. La visione è nitida, i colori si distendono in pennellate uniformi: accanto all’azzurro deciso del cielo, risalta il rosso richiamo dei fiori alle finestre ed il prospetto chiaro e quasi dorato delle case. È interessante notare come i cani sembrino osservare con diversità d’interesse (stancamente l’animale di destra, con più attenta curiosità l’altro) un punto preciso di fronte a loro, come se qualcosa, il pittore stesso o uno spettatore occasionale, avesse destato la loro attenzione. Ciò provoca, volutamente o meno, un attivo coinvolgimento di chi guarda la scena, rendendo così l’osservatore casuale passante in quella via assolata di una lontana giornata estiva.